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sentinella del mattino


Diario


2 febbraio 2010

due parole due sul processo breve

Il cosiddetto «processo breve» ha ricevuto il via libera dall'aula del Senato. Il provvedimento è passato con 163 voti a favore, 130 contro e con 2 astenuti. Il testo, quando scrivo, deve ancora passare al vaglio della Camera per diventare legge.

Non interessa in questa sede entrare nella polemica politica, ossia chiedersi se e quanto eventualmente il provvedimento possa giovare al Presidente Berlusconi; molto più significativo, invece, spiegare cosa significhi sul piano tecnico – giuridico ed offrire una serie di spunti di riflessione che prescindano da un giudizio netto sulla bontà o meno del provvedimento in esame.

In estrema sintesi, la nuova legge, che si applica a tutte le tipologie di imputato, stabilisce che, per "violazione della durata ragionevole del processo", il procedimento per i reati sotto i 10 anni, dal momento in cui il pm "esercita l'azione penale", si estingua dopo 3 anni per il primo grado, 2 anni per il secondo e un anno e 6 mesi per la cassazione. In caso di annullamento della Cassazione con rinvio al tribunale o in appello si prevede un anno per ogni grado di giudizio. Per i processi per reati con pena pari o superiore ai 10 anni, la norma prevede un tempo di 4 anni per il primo grado, 2 per l'appello e 1 per la Cassazione. Per quanto riguarda i processi per reati di terrorismo e mafia, infine, i termini di durata salgono a 5 anni per il primo grado, 3 per il secondo e 2 anni per la Cassazione, con facoltà del giudice di prorogare questi termini fino a un terzo in più nel caso si tratti di procedimenti molto complessi e con elevato numero di imputati.

Considerazione preliminare: allo stato attuale, chi subisce un procedimento penale entra in un meccanismo infernale per cui, di fatto, patisce uno stato di incertezza su quello che sarà il proprio destino che va avanti per molti, troppi anni. Non è necessario ricordare, quindi, i richiami e le sanzioni che ci arrivano dalla Comunità europea: è un fatto che il nostro procedimento penale abbia una durata eccessiva, e chiunque abbia un minimo di dimestichezza non dico con le aule dei tribunali, ma anche con la cronaca di tutti i giorni, sa perfettamente che il problema esiste.

La domanda, quindi, non è se la riforma sia necessaria, ma se il c.d. “processo breve” sia la risposta adeguata.

I sostenitori del provvedimento richiamano il principio costituzionale della durata ragionevole del processo (art.111), ed affermano che un processo che nel totale ha una durata di 6 anni e mezzo per reati con pena minore di dieci anni non sia così breve, ma semplicemente abbia una durata certa. Urge sottolineare che si parla di durata di processo, che si apre con il rinvio a giudizio dell’indagato, e non si parla di durata del procedimento penale, che ricomprende anche la fase delle indagini e dell’iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro; il c.d. procedimento penale, quindi, e la “gogna pubblica” di chi vi è sottoposto, durano comunque un tempo decisamente maggiore.

D’altro canto, proprio richiamandosi al principio dell’art.111, va detto che il concetto di “durata ragionevole” urta non poco con la previsione da parte del legislatore di un meccanismo così netto di estinzione del processo. In linea di principio non è detto che un processo che dura più di 3 anni non abbia una tempistica ragionevole. Certo, questo ragionamento resta sul piano dei principi, e da questo livello il legislatore comunque deve in qualche modo concretizzare e cominciare a dare una risposta. Nel quadro generale bisogna anche considerare, del resto, che quando il pm esercita l’azione penale deve farlo se, al termine delle indagini preliminari, ha raccolto una serie di elementi tali da far ritenere una sentenza di condanna altamente probabile, quindi 3 anni di dibattimento in primo grado non sono certo poca cosa. Ma ancora, come non considerare il fatto che il processo sia di fatto appesantito da tutta una serie di elementi posti a garanzia di un processo giusto per l’imputato, fattori che finiscono per dilatare in tempi dibattimentali. Preferibile, dunque, una giustizia sommaria? Con la predefinizione dei tempi non si corre il rischio di giustizialismo?

In chiusura, ancora uno spunto: chi ha confidenza col mondo dei tribunali conosce perfettamente la giungla delle cancellerie e degli uffici vari, dove un personale troppo esiguo deve farsi carico di un lavoro difficilmente digeribile allo stato attuale. Una buona riforma della Giustizia non potrà comunque prescindere da un maggior impiego di personale ed un maggior investimento di fondi.




permalink | inviato da zenigada il 2/2/2010 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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